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L’interesse per la lingua e per la letteratura friulana ha prodotto, dalla seconda metà dell’Ottocento ai giorni nostri, un numero considerevole di studi e di ricerche, sia per l’elaborazione di repertori lessicografici e di studi di linguistica, quindi di vocabolari e di grammatiche, sia per la realizzazione di antologie e di strumenti di critica letteraria. In queste pagine si cercherà di presentare, più in particolare, alcuni essenziali dati in merito a quella che si potrebbe definire la ‘questione della lingua friulana’, dati che riguardano da un lato l’inquadramento e la valutazione storica del problema, dall’altro la descrizione, per sommi capi, dei caratteri peculiari della lingua friulana.

Il friulano è la lingua romanza che continua il latino della regione aquileiese. Si innesta su lingue di sostrato preromano (gallico e venetico) e riceve gli apporti delle lingue delle popolazioni con cui il Friuli ha condiviso i momenti della sua storia (lingue germaniche, come il gotico, il longobardo, il tedesco, e i dialetti slavi ad oriente della regione). Possiamo parlare del friulano come di un idioma neolatino con caratteristiche ben definite a partire circa dall’anno 1000 d.C.

Numerosissime sono le testimonianze documentarie del friulano, già dal XIV secolo, per usi pratici e amministrativi, testimonianze che ci consentono di ricostruire con precisione la storia linguistica del Friuli. Il carattere linguistico fondamentale del friulano è la spiccata individualità arcaica e tradizionale, con la conservazione di importanti fenomeni del latino tardo (il plurale sigmatico per i sostantivi, i nessi consonantici con la -l) e lo sviluppo di peculiari innovazioni (le vocali lunghe, la palatalizzazione delle velari davanti ad -a).

  • L’area linguistica friulana comprende la porzione nord-orientale della penisola italiana. A nord il limite dell’area friulanofona è segnato dallo spartiacque alpino, a est il limite corre ora parallelo al confine di stato con la Slovenia, per andare poi a seguire il basso corso dell’Isonzo fino al mare; a sud il limite è segnato dal mare Adriatico, mentre a ovest l’area friulanofona confina con la regione veneta, sull’alto corso del Livenza, per andare poi a scendere fino al mare escludendo la parte occidentale della provincia di Pordenone e includendo la parte orientale della provincia di Venezia.

    La popolazione con competenza attiva del friulano in regione si aggira intorno al mezzo milione di persone, secondo i dati di una recente inchiesta sociolinguistica condotta dall’Università di Udine.

    Cominciamo intanto con la geografia e con qualche numero, per precisare l’area di cui stiamo parlando, cioè con la delimitazione del campo che possiamo considerare linguisticamente friulano e, ancora, di quanti possiamo stimare essere i parlanti friulano. La geografia ha il suo peso, naturalmente, perché il Friuli si trova ad essere, adesso come in passato, luogo di passaggio e di incontro di culture e popoli diversi, luogo dove vengono a contatto le tre principali anime ‘linguistiche’ dell’Europa: quella neolatina, cui apparteniamo, quella germanica e quella slava. A nord il limite della regione linguisticamente friulana è segnato dallo spartiacque alpino, dal confine di stato con l’Austria; a est il limite corre parallelo al confine di stato con la Slovenia, per andare poi a seguire il basso corso dell’Isonzo, che separa la parte friulanofona della provincia di Gorizia, sulla destra dell’Isonzo, dalla parte non friulanofona, sulla sinistra del fiume; a sud il limite è segnato dal mare Adriatico; a ovest l’area friulanofona confina con la regione veneta, sull’alto corso del Livenza, per andare poi a scendere fino al mare Adriatico lasciando fuori la parte occidentale della provincia di Pordenone – con località come Caneva, Sacile, Prata e lo stesso capoluogo di provincia, Pordenone – e includendo parte del vecchio mandamento di Portogruaro, in provincia di Venezia – con località come Gruaro, Teglio, Fossalta, San Michele al Tagliamento – separato nella prima metà dell’Ottocento dalla Patria del Friuli. Una breve nota merita il fatto che un tempo anche a Trieste e a Muggia si parlava friulano, nelle varietà tergestina e muglisana rispettivamente, friulano che è stato gradualmente abbandonato a favore di dialetti di tipo veneto.

    A Trieste, in particolare, il cambiamento linguistico si è compiuto intorno alla metà del XIX secolo, a Muggia verso la fine dello stesso secolo. Di queste varietà ‘perdute’ di friulano ci restano comunque numerose testimonianze, con testi letterari e testi di carattere religioso. L’area linguisticamente friulana segna qualche arretramento, pur se modesto, sul confine occidentale della regione, per la pressione dei dialetti veneti contermini, un arretramento in parte compensato dall’espansione del friulano verso nord e verso est, a scapito delle varietà slovene e tedesche presenti sul territorio regionale.

  • Il Friuli si può considerare, anche per la sua posizione geografica, una regione plurilingue per eccellenza. Il ‘repertorio linguistico’ dei friulani, cioè la capacità di servirsi di una o più lingue per la comunicazione verbale, è molto vario e comprende, oltre naturalmente allo stesso friulano (nelle sue varietà), comunque anche l’italiano, magari a diversi livelli di adeguatezza espressiva.

    Ad arricchire il plurilinguismo del Friuli contribuiscono poi le parlate ‘alloglotte’ germaniche e slave, che si trovano rispettivamente ai confini nord ed est della regione.

    Le parlate germaniche sono proprie delle cosiddette ‘isole linguistiche’ delle Alpi Carniche, quindi Sauris/Zahre, Timau/Tischelwang, in comune di Paluzza, e Sappada/Plodn, nell’estremità nord-orientale delle Dolomiti. Parlate cui si aggiungono i dialetti carinziani della val Canale, con i centri principali di Pontebba/Pontafel e di Tarvisio/Tarvis.

    Le parlate slave, per la precisione slovene, sono invece proprie di tutte le vallate che confinano con la Slovenia. In provincia di Udine, a parte la val Canale, dove un dialetto sloveno è ancora parlato in alcune località più o meno piccole, importanti sono, anche per le peculiarità linguistiche che le contraddistinguono, le parlate della val di Resia, quelle dell’alta val del Torre, da Tarcento in direzione nord-est, e quelle delle valli del Natisone, passata la località di Ponte San Quirino. In provincia di Gorizia, poi, lo sloveno è parlato sul Collio e, scendendo ancora, sul Carso, fino a comprendere poi la quasi totalità della provincia di Trieste.

    Abbiamo già fatto cenno alla presenza di varietà venete all’interno della regione friulana. Si tratta di parlate di diversa origine e anche abbastanza differenziate tra di loro. Alcune di queste parlate, in particolare, sono generalmente considerate ‘autoctone’, cioè da sempre presenti sul loro territorio: si tratta del veneto ‘lagunare’ di Marano e di Grado, ma anche del ‘bisiaco’ del mandamento di Monfalcone. Mentre il gradese e il maranese godono ancora di una buona vitalità, il ‘bisiaco’, che nella sua versione più autentica presenta caratteri di notevole affinità con il friulano, risulta in forte regresso, negli ultimi anni, seriamente minacciato dall’influenza del dialetto triestino.

    Oltre a questo tipo di veneto ‘autoctono’, abbiamo già segnalato la presenza di varietà venete, in particolare di tipo ‘liventino’, al confine con il Veneto, a cavallo del corso del fiume Livenza. Altri dialetti veneti, definiti ‘coloniali’ o ‘di imitazione’, sono presenti anche in alcune delle principali località friulane, come per esempio a Udine con l’‘udinese’, a Pordenone con il ‘pordenonese’, a Palmanova con il ‘palmarino’ ecc. L’esistenza di questi dialetti veneti, nel mezzo dell’area friulanofona, si spiega con l’influenza politica ed economica che la Repubblica di Venezia esercitò per alcuni secoli sul Friuli, un’influenza che interessò soprattutto le classi borghesi delle città, che erano maggiormente interessate a rapporti con gli amministratori e con i mercanti veneziani.

    Tornando al friulano, bisogna comunque dire che la sua diffusione, all’interno della regione, non si presenta del tutto omogenea. Il friulano risulta più forte e compatto nelle aree montane, pedemontane e collinari, nelle aree isolate e tendenzialmente lontane dai centri maggiori e dalle principali vie di comunicazione. Per quanto riguarda poi le occasioni di impiego della lingua, si può dire che il friulano soddisfi pienamente le esigenze comunicative legate alla vita quotidiana, all’ambiente rurale e tradizionale, mentre più recenti sono gli usi di tipo amministrativo o che coinvolgono la sfera dell’ufficialità.
    A proposito della consistenza numerica delle diverse lingue del Friuli, infine, dobbiamo dire che non vi sono dati assolutamente precisi. Ciò dipende dal fatto che nei censimenti effettuati a cadenza decennale non risultano, a differenza ad esempio del Trentino-Alto Adige, quesiti specifici in merito alle competenze linguistiche della popolazione. Sulla base dei dati risultanti da una recente inchiesta sociolinguistica condotta dall’Università di Udine, la popolazione con ‘competenza attiva’ del friulano, cioè che possiede la capacità di parlare friulano, dovrebbe aggirarsi intorno al mezzo milione, mentre pressoché generale dovrebbe essere la ‘competenza passiva’, cioè la capacità di comprendere il friulano. A questo mezzo milione di friulanofoni residenti in regione vanno sommate, poi, alcune migliaia di emigranti, o di figli di emigranti, che spesso conservano nell’uso domestico la lingua dei padri. Particolarmente numerose sono, come noto, le comunità friulane che si trovano oggi in Europa settentrionale, Germania e Belgio, nelle Americhe, soprattutto in Canada (Toronto) e in Argentina (la cittadina di Colonia Caroya è, ad esempio, interamente friulanofona), in Australia; queste comunità mantengono vivi i rapporti con il Friuli tramite una rete di associazioni di emigranti, come i Fogolârs furlans ‘focolari friulani’ e le Fameis furlanis ‘famiglie friulane’.

    Non vi sono dati precisi nemmeno sulla consistenza delle comunità alloglotte. I germanofoni presenti in regione non dovrebbero superare le due o tremila unità, mentre più consistente, dal punto di vista numerico, è la minoranza linguistica slovena, che dovrebbe aggirarsi sulle 50.000 unità, compresa naturalmente la provincia di Trieste.

  • Abbozzati, almeno a grandi linee, i contorni geografici della regione friulana, possiamo passare ora a presentare alcuni tra gli elementi principali che riguardano la sua storia linguistica. Una prima precisazione, doverosa, va fatta a proposito dell’origine della lingua: si tratta di una lingua che è il risultato di un’evoluzione che parte direttamente dal latino. Dico questo perché ancora si sente ripetere, anche se meno che in passato, che il friulano sarebbe «materia latina con spirito tedesco», come sosteneva il noto studioso Theodor Gartner. Una definizione di questo genere induce a pensare, erroneamente, che il friulano sarebbe una sorta di lingua ‘mista’, di combinazione o di mescolanza di tratti latini e di tratti germanici. Non vi è dubbio che alcuni elementi di provenienza germanica, soprattutto nel lessico, sono presenti in friulano (per esempio il gotico bearç ‘terreno erboso e chiuso attiguo alla casa’, voci longobarde come bleòn ‘lenzuolo’ o cjast ‘granaio’, e poi ancora voci tedesche come cràmar o cramâr ‘merciaio ambulante’, bêçs ‘soldi’, licôf ‘merenda, banchetto’, lùstic ‘allegro, mattacchione’, russàc ‘zaino’ ecc.), tuttavia la struttura della lingua è saldamente e indubbiamente romanza. Gli elementi di sostrato dipendono, in buona sostanza, dalla presenza di alcune popolazioni celtiche o celtizzate, soprattutto i Galli Carni, popolazioni che hanno lasciato tracce non solo nella toponomastica della nostra regione, ma anche nello stesso lessico friulano. Oltre ai Galli Carni, presenti in prevalenza sulle montagne, vi erano in Friuli alcuni stanziamenti di popolazioni ‘venetiche’ o ‘paleovenete’, un’altra popolazione che venne completamente assorbita in seguito alla colonizzazione dei romani. Sul fatto che la nostra regione fu profondamente romanizzata non vi sono dubbi, romanizzata al punto da venir classificata non come una ‘provincia’ (quindi una sorta di colonia, come la Gallia, la Dacia o altre terre), ma proprio come una ‘regione’, cioè parte integrante dell’Impero romano.
    Il centro della regione in epoca antica, era Aquileia, quella città che, fondata come municipium nel 181 a.C. (gli altri municipia del Friuli erano Forum Iulii ‘Cividale’, Iulium Carnicum ‘Zuglio’ e Iulia Concordia ‘Concordia Sagittaria’), diverrà più tardi, appunto, la capitale della X Regio Augustea ‘Venetia et Histria’.

    La fisionomia linguistica del friulano acquista caratteri definiti nel periodo che va dal VI al X secolo, analogamente alle altre lingue romanze, ma la prima citazione dell’esistenza di un idioma particolare, in Friuli, è comunque ancora più antica. Da una nota di San Gerolamo (dal Liber de viris illustribus ‘Libro degli uomini illustri’, Patrologia Latina, t. XXIII, c. 97, coll. 735-738) veniamo a sapere che il vescovo di Aquileia Fortunaziano, già alla metà del IV secolo e per la prima volta in Italia, aveva redatto un commento dei Vangeli nel rusticus sermo, cioè nel linguaggio del popolo, quindi nel latino regionale degli Aquileiesi.
    Secondo il glottologo Giuseppe Francescato (1922-2001), il friulano si caratterizza per alcuni fenomeni fondamentali: la continuità della parlata neolatina anche dopo la plurisecolare occupazione germanica (nell’ordine Goti, Longobardi e Franchi); l’appartenenza della stessa parlata, pur caratterizzata da specifiche evoluzioni fonologiche e morfologiche, all’ambito linguistico dell’Italia settentrionale; il carattere del friulano come lingua del popolo, all’epoca soprattutto dei contadini; la divaricazione, sempre più forte, tra il volgare parlato (cioè il friulano) e il latino, la lingua scritta del culto e dell’amministrazione. Possiamo parlare del friulano come di un idioma neolatino con caratteristiche sue proprie, ben definite, a partire circa dall’anno 1000 dopo Cristo. Testimoniano in questo senso il totale assorbimento, da parte del friulano, delle parlate dei coloni slavi chiamati dai patriarchi intorno al X-XI secolo a ripopolare le zone della media pianura friulana devastate dalle incursioni degli Avari e degli Ungari (numerosi sono i toponimi slavi anche nella media pianura friulana, come noto, a testimonianza di questi antichi insediamenti). Ad ulteriore conferma di questo fatto, si consideri la resistenza del friulano alla pressione linguistica e culturale del mondo tedesco anche durante gli oltre tre secoli del potere politico del patriarcato di Aquileia (1077-1420), istituzione fortemente legata all’Impero germanico ed essa stessa retta e controllata, almeno fino alla metà del XIII secolo, da nobili d’oltralpe.

    In epoca patriarcale la fisionomia linguistica del Friuli era, alla fine, ben definita. Molto interessante, a questo proposito, la testimonianza di un anonimo viaggiatore che, tra il XIII e il XIV secolo, così scriveva del Friuli: Forum Iulii est provincia per se, distincta ab aliis provinciis prenominatis, quia nec Latinam linguam habet, nec Sclavicam, neque Theotonicam, sed ydioma proprium habet, nulli Italico ydiomati consimile. Plus tamen participat de lingua Latina quam de quacumque alia sibi propinqua (Codice Vaticano Palatino n. 965, sec. XIII-XIV) [Il Friuli è una provincia a sé stante, distinta dalle altre province suddette, poiché non ha né una lingua latina, né slava, né tedesca, ma un idioma suo proprio, simile a nessun altro tra quelli italici. Tuttavia, partecipa alla lingua latina più di qualsiasi altra lingua a sé vicina].
    Risulta certo molto interessante la funzione e la posizione di ‘cerniera’ che il Friuli svolgeva tra Oriente e Occidente, già nel tardo Medioevo, un ponte ideale tra mondo latino, germanico e slavo, ma è soprattutto l’acutezza e la modernità dell’osservazione di questo viaggiatore che stupisce. Il Friuli appariva, tra il Due e il Trecento, come una regione a sé stante, ben separata dalle altre terre italiane e ciò non per la diversità di costumi, di leggi, di ordinamento statale o altro – diversità che comunque esisteva – ma proprio sulla base di una differenza nella lingua. Il friulano è una lingua percepita chiaramente distinta non solo dal latino (inteso naturalmente come latino tardo, non come latino classico), dallo slavo e dal tedesco – lingue contermini – ma anche diversa dal gruppo delle parlate italo-romanze, in genere, idiomi questi legati in ogni caso a comuni origini latine. Questo è un criterio senz’altro molto ‘moderno’ di valutare le singole comunità, legando l’identificazione di una popolazione direttamente alla lingua che da quella popolazione viene parlata.

    Una chiara autonomia del friulano, pure espressa attraverso un giudizio piuttosto negativo, è riconosciuta anche da Dante Alighieri, il quale nel De vulgari eloquentia così scrive: Post hos Aquilegienses et Ystrianos cribremus, qui Ces fas tu? crudeliter accentuando eructuant. (Dante, De vulgari eloquentia, I libro, cap. XI, par. 5) [Dopo queste genti, giudichiamo negativamente Aquileiesi e Istriani, i quali Ces fas tu? crudelmente accentuando proferiscono]. Il De vulgari eloquentia, come noto, è una sorta di rassegna delle diverse parlate italiane che Dante affronta alla ricerca di quello che lui ritiene il ‘volgare illustre’, quella parlata che gli pareva più adatta all’espressione letteraria al posto del latino. Il trattamento che riserva agli aquileiesi e agli istriani, cioè ai friulani, non è certo molto lusinghiero. Si noti, in particolare, la sequenza di ben tre termini con connotazione negativa «crudeliter accentuando eructuant» ‘sgradevolmente (all’orecchio) marcando pronunciano’, un giudizio che rende bene l’idea di Dante e cioè che la lingua di aquileiesi e istriani sembra a lui molto lontana dal suo toscano e inadatta, anche per questo, all’espressione letteraria.

  • La conoscenza del friulano delle origini, come quella di qualsiasi altra lingua, ha come punto di partenza lo studio delle fonti documentarie antiche; solo attraverso queste fonti, infatti, siamo in grado di seguire e di ricostruire l’evoluzione della lingua nel corso dei secoli. Abbastanza sporadiche sono le tracce di voci o di nomi friulani nei testi latini dei secoli XI-XIII, secoli nei quali invece comincia nel resto d’Italia la pratica di scrittura in volgare (soprattutto in Sicilia e in Toscana), mentre una presenza più consistente di parole friulane, soprattutto nomi di persona e di luogo, si ha a partire dalla fine del Duecento.

    A prescindere dalla presenza di preziosi componimenti poetici come il sonetto E là four del nuestri chiampe, le due ballate Piruç myo doç inculurit, Biello dumnlo di valor, nel XIV e nel XV secolo si ha soprattutto la definitiva affermazione del friulano per la redazione di documenti di ‘uso pratico’, cioè di testi di carattere amministrativo, contabile e notarile, documenti che costituiscono, appunto, le principali fonti per la conoscenza del friulano antico.

    Numerosi sono gli studiosi e i ricercatori che si sono occupati, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, dei documenti antichi in friulano – basti pensare, per dire solo dei principali, a Michele Leicht, Vincenzo Joppi, Giovan Battista Corgnali, Giuseppe Marchetti, Giovanni Frau – e numerosi sono anche i lavori e i contributi pubblicati su tale argomento. La maggior parte di questo patrimonio documentario resta, tuttavia, ancora da indagare, non essendo ancora disponibile, al momento, un attendibile censimento delle scritture tardomedievali in friulano, tra Tre e Quattrocento, neanche per i principali fondi della regione – con l’eccezione, pure importante, della Biblioteca civica di Udine.
    La formazione di un vasto corpus di edizioni affidabili di testi friulani antichi resta in ogni caso della massima importanza e urgenza per tutta la regione, al fine di passare alla realizzazione di quelle opere di investigazione lessicografica e storica di ampia prospettiva, che da tempo attendono di essere avviate o riprese – in primo luogo un dizionario etimologico e una grammatica storica.

  • Caratteristica fondamentale del friulano è una «spiccata individualità arcaica e tradizionale», riprendendo la definizione di Giovan Battista Pellegrini, illustre glottologo e curatore, tra l’altro, del monumentale Atlante Storico-Linguistico-Etnografico Friulano, il primo atlante linguistico regionale d’Italia. Tale caratteristica, la «spiccata individualità arcaica», è dovuta alle condizioni storiche che hanno portato il latino della nostra regione a svilupparsi in modo relativamente autonomo rispetto alle restanti parlate del sistema italiano o ancora a condizioni che ne hanno provocato, comunque, un successivo allontanamento.

    L’originaria presupposta unità del friulano appare oggi frammentata in una serie di varietà dialettali, le quali però, pur presentando alcuni tratti linguistici talvolta abbastanza notevoli, non impediscono la reciproca comprensione tra i parlanti. Il friulano, insomma, può essere facilmente distinto, nel suo complesso, dalle altre lingue e dialetti che si parlano in regione (come visto, l’italiano, lo sloveno, il tedesco e il veneto).

    La principale partizione dell’area linguisticamente friulana è quella segnata dal fiume Tagliamento, che divide, come si dice, il furlan di ca e di là da l’aghe, il fiume che già nel passato separava le diocesi di Aquileia, a est, e di Concordia, a ovest. Dal punto di vista dialettale, ancora, si sogliono distinguere quattro gruppi principali di parlate friulane, a loro volta articolate in alcune sottovarietà: il friulano centrale (Udine), il friulano orientale o sonziaco (Gorizia), il friulano occidentale o concordiese (Pordenone), il friulano carnico (Tolmezzo).

    Il friulano comune (anche detto koiné, dal greco koiné glóssa ‘lingua comune’) è modellato sul friulano della tradizione letteraria dell’Ottocento (soprattutto Pietro Zorutti e Caterina Percoto) e del Novecento (il gruppo poetico di Risultive, gli scrittori Maria Forte, Dino Virgili, Carlo Sgorlon e altri). Sulla scorta dell’elaborazione linguistica di Giuseppe Marchetti e dell’azione di divulgazione dei mestris di furlan della Società filologica friulana, si nota al giorno d’oggi la tendenza ad un processo di relativa ‘standardizzazione’ della lingua, soprattutto per quanto riguarda aspetti collegati alla grafia ufficiale, fissata per altro con legge regionale (L.R. 15/96).

  • Numerosi sono i caratteri linguistici peculiari del friulano che meriterebbero di essere segnalati. Per quanto riguarda la fonologia, cioè l’organizzazione dei ‘suoni’ della lingua, è interessante notare la caduta di tutte le vocali del latino che si trovano in posizione finale, ad eccezione della -A, e ancora la presenza di una doppia serie di vocali, lunghe e brevi, che hanno valore distintivo. Ciò vuol dire che la presenza di una vocale lunga, al posto di una vocale breve, può modificare anche il significato della parola.

    Per esempio:
    1. mil ‘mille’ vs. mîl ‘miele’
    pes ‘pesce’ vs. pês ‘peso’
    lat ‘latte’ vs. lât ‘andato’
    crot ‘nudo’ vs. crôt ‘(egli) crede’
    brut ‘brutto’ vs. brût ‘brodo; nuora’ ecc.

    Una seconda particolarità è quella di trovare, in friulano, lo sviluppo di alcuni dittonghi particolari, diversi o in condizioni diverse da quelle che ne determinano lo sviluppo ad esempio in italiano, in corrispondenza delle vocali medie del latino (i dittonghi sono, come noto, l’unione di due vocali):

    2. lat. PERDERE > pierdi, piardi ‘perdere’
    lat. TERRA > tiere, tiare ‘terra’
    lat. SEPTEM > siet ‘sette’
    lat. FESTA > fieste ‘festa’
    lat. PORTA > puarte ‘porta’
    lat. FORTE > fuart ‘forte’
    lat. BOREAS > buere ‘bora’
    lat. PONTE > puint ‘ponte’ ecc.

    Un altro fenomeno caratteristico del friulano, sempre prendendo come punto di partenza il latino, è la cosiddetta ‘palatalizzazione’ delle consonanti velari C e G seguite da A:

    3. lat. CANTARE > cjantâ ‘cantare’
    lat. CASA > cjase ‘casa’
    lat. CANE > cjan ‘cane’
    lat. *GATTU > gjat ‘gatto’
    lat. *GAVARE > gjavâ ‘togliere, cavare’ ecc.

    Sempre per il consonantismo, in friulano si osserva la conservazione di alcuni nessi consonantici del latino che vanno perduti in italiano, in particolare i nessi con -L:

    4. lat. FLORE > flôr ‘fiore’
    lat. PLUS > plui ‘più’
    lat. PLANTA > plante ‘pianta’
    lat. CLAVE > clâf ‘chiave’
    lat. GLUTTIRE > gloti ‘inghiottire’ ecc.

    Venendo brevemente alla morfologia, cioè alla struttura delle parole, è interessante in friulano la formazione del plurale di nomi e aggettivi con l’aggiunta di una -s alla forma del singolare, come nelle lingue romanze occidentali:

    5. femine – feminis ‘donna /-e’
    cjase – cjasis ‘casa /-e’
    man – mans ‘mano /-i’
    paron – parons ‘padrone /-i’ ecc

  • Per chiudere questa essenziale panoramica sulla storia e i caratteri linguistici del friulano, merita almeno un rapido cenno quella che agli studiosi è nota come ‘questione ladina’.

    Al giorno d’oggi con ‘ladino’ si intende, in senso stretto, un gruppo di dialetti alpini arroccati attorno al massiccio dolomitico del Sella (valli di Badia, Fassa, Gardena, Marebbe, Livinallongo).
    Il famoso glottologo goriziano Graziadio Isaia Ascoli, padre degli studi di linguistica in Italia, nei suoi fondamentali Saggi ladini, che pubblica nel 1873 sul volume inaugurale dell’«Archivio Glottologico Italiano», ci offre una straordinaria quantità di materiali per la descrizione non solo di queste isolate varietà, ma anche di molte altre parlate alpine e subalpine – tra le quali soprattutto il lombardo e il veneto, oltre naturalmente al friulano e al romancio del Canton Grigioni della Svizzera. Il lavoro descrittivo è condotto da Ascoli prestando particolare attenzione ad alcuni tratti caratteristici delle parlate alpine, che l’autore identifica come ‘ladini’ (per esempio il plurale sigmatico, la conservazione della l nei nessi pl e cl, la palatalizzazione di c davanti ad a, tratti cui già prima abbiamo fatto cenno).

    La lunga discussione che seguirà l’uscita del lavoro di Ascoli, e che va sotto il nome appunto di ‘questione ladina’, ha coinvolto e appassionato le maggiori voci del Novecento, dividendo una scuola di pensiero ‘austriaca’ da una ‘italiana’. Questa discussione – ancora viva – riguarda, nello specifico, la possibilità che la sostanziale condivisione di alcuni tratti fonetici sia sufficiente per ipotizzare, o piuttosto implichi, anche una più profonda unità di sostrato, di carattere storico, etnico o di altro tipo.

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